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Rockstar – Post Malone
F. la sentì per caso, al bar, e se ne innamorò. La cadenza sofferta, le sonorità crepuscolari, la lirica mesta – tutto fece supporre a F. si trattasse di una amareggiata e saggia riflessione sul ruolo della rockstar, sulla solitudine e la sofferenza che si prova seppur circondati e adorati dalla folla. Tornò di corsa a lavoro per conoscerne il testo: “I’ve been fuckin’ hoes and poppin’ pillies, man, I feel just like a rockstar.” Ne rimase sconcertato, quindi deluso: infine, decise che di lì in poi avrebbe continuato a ignorare volutamente le rime, costruendo sulla canzone una sua poetica alternativa, troppo lunga da riportare qui per esteso. Da Rockstar F. ha imparato, presumo, che a volte è sano ignorare la realtà, e costruire narrazioni diverse: se i testi non soddisfano la tua parte migliore, inventa altri testi (paracit.)

It’s Oh So Quiet – Bjork 
Mi piace dai tempi del liceo, quando gli unici della nostra classe, forse della scuola intera, a conoscere (e amare) Bjork eravamo io e il mio compagno di banco. Era un segreto gelosamente custodito, non lo dicevamo a nessuno, per non passare da sfigati. Anni dopo, nei weekend iniziai a lavorare in un centro commerciale come cassiera, e spesso mi capitava di isolarmi mentalmente canticchiando questa canzone, accompagnandola all’immagine di colleghi e colleghe intente a cantare e ballare tutti insieme, come nel video. Per molto tempo è stata la mia survival strategy contro l’orrenda musica da centro commerciale che veniva sparata no stop dagli altoparlanti. Mi diverte pensare che una canzone così quieta sia per me la canzone della rivolta dell’immaginazione.

Lesson zero – Epik High
They teach you to heed the word of a god who has never spoken
To fear breaking the law when it’s already broken
That to feel is to be weak, to suppress emotion
So no one sees you had a heart till your chest is open
They got you hating who you are, to sell you pills and fiction
Reachin’ for the stars when you were born up there with ‘em
Addicted to the news, views, superstitions
To keep the visionaries glued to their televisions
They want you busy stepping to the right side of history
To keep you from the inside of history
Give everyone a voice but leash ‘em with the mic cord
Feed you things to fight about instead of things to fight for

Teach you everything you want but nothing you need
That everything’s got a price and nothing is free
They’ll turn everything to nothing then make you believe
That everything is under control and there’s nothing to see
No more lessons, please, take me back to zero
No more teachers, no more prophets, no more heroes
No more lessons, please, now I see the question to all answers
Will only bring me to my knees and back to zero

*MIC DROP*

Eureka! – Defiance, Ohio 
Per B. è una delle canzoni preferite per girare in bicicletta. Un fedele dipinto della realtà che contraddistingue le città di provincia americane (e non solo), tanto che mentre l’ascolta B. può quasi rivedere le signore ossigenate che fumano sigarette al mentolo, e sentire l’odore della birra tiepida, venduta al 7/11, le strade dritte e deserte che collegano queste piccole città come micro-cellule di un organismo infinito. Eppure, per B. è la canzone di chi non si accontenta, di chi non vuole restare nel posto piccolo in cui è nato.  

Dark Necessities – Red Hot Chili Peppers 
Sospinta da un comparto ritmico che dopo più di vent’anni continua a regalarmi infinite gioie, è entrata nel mio Spotify un giorno e da allora non è più schiodata. Non so definire il perché ne sia così tanto ossessionato: di sicuro comprendo bene che la vita è anche una questione di necessità oscure, di aspetti miserabili, di sentimenti meschini, di ombre e solitudini, di incomprensioni e di conflitti, e mi piacerebbe descriverlo con la stessa precisione, e cantarlo con la stessa grazia – e slappando così bene col basso (ma un giorno giuro che imparo.) 

Una musica può fare – Max Gazzè
In tarda notte, per le campagne, con il trattore.  

(We Dance) So Close to the Fire – Thomas Faragher 
La canzone era la colonna portate di Staying Alive – film che G. confessa di aver visto complessivamente più di mille volte: per almeno 4-5 anni l’ha guardato tutti i giorni, a pezzi o intero. Lo guardava tornando da scuola, lo guardava prima di andare a dormire. Non tutti sanno che il film è stato girato da Sylvester Stallone, dettaglio per G. non secondario. Infatti la trama procede secondo i binari di un qualsiasi film di Stallone: l’eroe (Rambo o Rocky) incontra una sfida, si allena oppure si arma per affrontarlo, e finalmente trionfa – ed esattamente questa parabola, questa sensazione di vendetta e riscatto era ciò che G. ricercava prima delle partite. Guardava Staying Alive per caricarsi, facendo attenzione a uscire di casa prima che il film arrivasse alla conclusione. A fine partita, solo se aveva giocato bene, come premio al suo impegno G. si concedeva di vedere il finale: la scena quella in cui John Travolta incontra la ragazza che ama, e le dice “Sai dove vado adesso? A farmi il mondo”, e si allontana sculettando sullo sfondo di Manhattan – in questa scena, in questa canzone, G. ritrovava, e ritrova, la sensazione di aver fatto bene, di essere stato bravo, di potersi fare il mondo.

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